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Fenicia e Orgia di Serpi preserntate a Roma PDF Stampa E-mail
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Presentate con successo a Roma le opere di poesie "Fenicia" e Orgia di Serpi"

 

Fenicia, sogno di una stella a Nord- Ovest, di Giuseppe Limone e Orgia di serpi, di Giuseppe Mannino, Edizioni Lepisma, sono state presentate con successo presso la libreria Le storie, a Roma.

Due raccolte di poesie che esprimono le forti e differenti personalità degli autori accomunate da un'unica forma espressiva.

Docente universitario presso la Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli, filosofo, studioso di simbolica delle forme culturali, pluripremiato saggista, Giuseppe Limone nella sua opera mette a nudo la propria anima e coinvolgendolo nelle sue ragioni, conquista il lettore. Nel corpo vivo del tessuto poetico, seguendo Dante Maffia, s'incrociano, in luoghi molteplici dell'autore, tre temi lirici rievocati in una sola parola, la Fenicia, visitata in più chiavi: antica terra dei Fenici, centro di partenza simbolica della civiltà mediterranea e marinara, alternativa sommersa alle tante che si svilupparono nella storia del mondo; la figlia del poeta, Fenicia, e il mito dell'araba Fenice, simbolo di rigenerazione.

La Fenice sa attendere, sa divincolarsi dalle assurdità, dai dolori, e trovare l'abbagliante mattino delle nuove albe. Il poeta altro non è che la Fenice, un unico fiato, un'unica attesa da cui salterà fuori la nuova strada. Limone, nella sua “confessione”, nel romanzo intorno e dentro a se stesso, intreccia con naturalezza, momenti di riflessione e momenti di pura liricità, momenti squisitamente narrativi e scavi nel proprio io, noncurante dell'effetto psicologico, dello strazio, che potrà suscitare nel lettore, che vuole invece suo autentico complice e non come un semplice viandante che lo sfiora. Per questo lo mette al corrente di episodi intimi della sua vita, dei suoi percorsi, della sua ricerca, della sua anima lacerata, della sua visione del mondo. Fenicia, Andrò, L'ora della Fenice, rappresentano un'apoteosi che trascina e specifica gli intenti umani e filosofici dell'autore ormai avviato al viaggio, che deve trovare da sé, da solo, le coordinate del proprio essere.

Secondo Luca Benassi, passione, amore, desiderio sono ciò che, più del riferimento ermetico, sostengono la poesia del filosofo napoletano. La sua capacità di unire la sapienza al cuore contribuisce a rendere la sua opera una scrittura di grande levatura. Una scrittura che affascina per gli scatti lirici, per la ricchezza delle immagini, delle sinestesie, per la naturale musicalità, solare, mediterranea, a tratti barocca, come certi interni dei cortili dei palazzi napoletani.

Dell'opera di Limone si parla, tra l'altro, nella Storia della Letteratura Italiana di Renato Filippelli (ed. Simone, Napoli, 2004) e nella Letteratura Italiana. Poesia e narrativa dal secondo Novecento ad oggi (Bastogi, Foggia 2007).

Avvocato, giurista, politico, ma anche artista, scultore, scrittore e poeta, Giuseppe Mannino si può definire un poliedrico personaggio rinascimentale. Forte e consapevole, è anche scomodo, duro, uno che dice le cose come stanno, che non passa indifferente.

Attribuisce la sua poliedricità al bisogno di riposarsi facendo le cose che gli piacciono oltre a quelle che ritiene di saper fare con naturalezza: la politica, cioè occuparsi degli altri; fare poesia, cioè osservare e sintetizzare i suoi sentimenti con “l'ignoranza della fantasia” e scolpire, cioè tentare di imitare il Vulcano. “In fondo, - ci dice - ha ragione chi mi definisce un Don Chisciotte siciliano. Gioco con i sogni, come da ragazzo giocavo a sottomuro”.

Seguendo Luca Benassi, la sua poesia è come lui: ruvida, arrochita, lavica, come le rocce dell’Etna frastagliate, nere e taglienti. Ma è di una leggibilità straordinaria: diretta, levigata, descrive, lancia di flash, dei bagliori.

Lavora sottotraccia anche in siciliano: un dialetto semplice, contadino, saldamente ancorato nel concreto quotidiano, attraverso il quale le cose basta dirle una sola volta.

Mannino racconta del mondo contadino della sua infanzia, la fatica, “la terra arsa che assottiglia la lama alle zappe, che spezza la schiena e secca la lingua con la siccità”. Un mondo anche crudele, ferino, dove uomini e serpi si contendono le uova nei nidi. Fatto anche di gioia, quando nasce un vitello e si fa festa perché si possono comprare vestiti e scarpe nuove. Un mondo rievocato nelle nitide pennellate dell'autore, un mondo che va scomparendo e che insieme alla dura e pietrosa terra, si porta dietro valori, regole, ma anche passioni, istinti, amori, dolori.

Al contrario dell’uomo rinascimentale e della forza che sembra trapelare dalla sua persona, Mannino più che la certezza, coltiva il dubbio: il crinale, il bilico.

Protagoniste del libro sono le serpi intrise del loro simbolismo. La serpe simboleggia il peccato, il desiderio, la lussuria, la ribellione di Eva a Dio, e allo stesso tempo la libertà dei sensi, l’istinto, la vitalità della natura, tutti elementi che appartengono anche all’essere umano. Un istinto naturale e primitivo che l’avvocato, politico, giurista Mannino sembra non aver e non voler dimenticare.

Sono intervenuti anche i critici: Gabriele Di Giammarino, Giorgio Linguaglossa, Luciano Luisi. Ha brillantemente coordinato Dante Maffia, direttore della collana editoriale di poesia La Cicala.

Floriana Mastandrea

cell. 338 5479899

Sito web: www.laltraafrica.it

 
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