Lavorare nel mondo dello spettacolo


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Rai legge bavaglio

La Rai nelle ultime settimane ne sta subendo di cotte e di crude, i partiti politici italiani la vogliono distrutta. C'è chi vuole eliminare programmi d'informazione che fanno il botto di ascolti e quindi un record di incassi pubblicitari, solo perchè ritenuti scomodi. C'è chi ha bloccato in vista delle Regionali tutti i talk show politici Rai, obbligando giornalisti e conduttori tv a stare a casa, come dei perfetti impotenti. Come delle nullità scomode a chi siede in Parlamento. Scomodi anche ai vertici Rai stessi: d'altronde sono tutti appartenenti a partiti politici, sia di destra sia di sinistra.

Rai legge bavaglio

Mi piace ricordare un'intervista che realizzai anni addietro ad un noto autore televisivo e giornalista italiano, Italo Moscati, il quale mi confidò: "La Rai è stata ed è una grande industria culturale, avvilita dai partiti e dalla loro ingordigia e insensibilità: nominano i loro rappresentanti in azienda più che dei professionisti. Per paradosso si può dire, però, che certi esponenti di partiti, i migliori, quelli che hanno capito l’importanza della Rai, hanno innestato una concorrenza e una competitività che ha giovato all’azienda. Ciò che è stato curato poco o nulla, specie negli ultimi anni, è la creatività, l’iniziativa degli autori più bravi, l’intraprendenza, la generosità di molti programmisti etc...". Sono le parole di un uomo che ama la Rai e che la conosce sul serio. Una Rai che è diventata una fucina di denaro, niente di più. I partiti se ne sono impossessati, e gli autori, ovvero chi ha delle buone idee nel cassetto, pochissimo possono fare. Moscati: "Non condivido i giudizi catastrofici sulla tv e non la considero alla base delle molteplici crisi dello spettacolo contemporaneo. La tv va guardata, fatta e capita per migliorarla. Pochi lo vogliono fare. Molti si accontentano di bollarla, altri (i partiti) di usarla, i dirigenti tv di farne solo una gallina dalle uova non d’oro, gli intellettuali di farla diventare la piattaforma dei libri, dei film, la vogliono al loro semplice e comodo servizio. Di lavoro ce n’è tanto da fare, ma proprio tanto. Ma le tv si copiano, si inseguono, ripetono, si stancano nelle polemiche e nella caccia agli ascolti a qualsiasi costo. Progettano poco e si assomigliano troppo". C'è poi, come dice Moscati, chi passa tutta la giornata a criticare la tv, e poi magari è il primo a lavorarci e ad "usarla". E' un po' un paradosso, un po' una moda. E forse perchè tutto è diventato business, si preferisce copiare un programma (vedi Io Canto e Guarda chi balla che Canale5 ha spudoratamente copiato alla Rai).

Rai Santoro legge bavaglio

C'è chi nel Governo passa il tempo a promulgare provvedimenti che poco importano ai cittadini: scrivere nei titoli di coda dei programmi pagati dai contribuenti, i compensi che la Rai eroga ai lavoratori dello spettacolo. Un provvedimento demagogico, inutile e che non porterà a nulla. Un modo per accanire i telespettatori "ignoranti in materia di spettacolo" contro e ai danni della Rai, favorendo magari la concorrenza (Mediaset in primis, ndr). Mi sembra giusto che un Fiorello venga pagato fior di quattrini se i suoi programmi riscuotono un successo di pubblico sorprendente, con un sostanziale aumento degli introiti pubblicitari; discorso inverso per quei programmi e conduttori di "serie b", quelli che fanno pochi ascolti e che pochi soldi portano all'azienda. Mi chiederei, invece, per quale motivo Fabio Fazio o Bruno Vespa vengano pagati con cifre a 6 zeri, mentre un Santoro con cifre a 5 zeri. Dati auditel alla mano, chi fa di più è proprio Santoro. Ma Moscati, imperterrito, aggiunge: "I giornali sono sfiatati. “Report” va dritto allo scopo. Fa inchieste. I giornali si mangiano le mani, fanno poche inchieste e solo o quasi al telefono. Stop. Aprono le loro pagine alle tv e alle loro polemiche. Amano il soap,il gossip e il sex. Molti, quasi tutti, sono subalterni al video. Salvo qualche caso, sono fatti da giornalisti sedentari, seduti davanti al tabernacolo del computer". Capitolo scottante è quello del giornalismo italiano nella tv pubblica: assistiamo ad un TG1 sottomesso al Governo con un Direttore (Minzolini, ndr) in stretto contatto con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Lo stesso TG1 che ha fatto fuori i giornalisti 'dissidenti' e che continua a perdere consensi tra i telespettatori: trattasi di un'informazione pilotata. Come il vignettista di Tvblog.it ha scritto, Minzolini ha creato un TG con la "T maiuscola" (come lui asserisce) ma con la "g" minuscola, sì la "g" di giornale, perchè ci somiglia davvero poco.

Rai Bersani legge bavaglio

Ma è Pierluigi Bersani ad infiammare la polemica, scrivendo al "Corriere della Sera": "Non si può assistere al degrado della Rai. Non si può tollerare il ricatto di un primo ministro che minaccia quando vede programmi che non lo elogiano. E dimentica che questa Rai, questo Direttore generale, la maggioranza del consiglio di amministrazione Rai, è composto da quelli che lui ha voluto e imposto. Questa gestione della Rai porta al crollo di quella che è stata una grande azienda, la spinge verso posizioni marginali del mercato, succube di Mediaset e Sky. Non è accettabile poi che Berlusconi, principale azionista del Gruppo Mediaset, resti sulla poltrona di Ministro dello Sviluppo economico, insensibile al conflitto d'interessi che grava su di lui". Berlusconi ha libertà di decidere: io (Mediaset) o la Rai? La risposta sembra anche banale scriverla. Ci mancava, poi, la legge bavaglio. Quella che censurerà tutti i giornalisti italiani. Vietato fare inchieste con telecamere nascoste per pubblicisti o giornalisti non professionisti, vietato per tutti scrivere di presunti reati, presunti coinvolgimenti (pena: arresto fino ad un mese per il giornalista e multe stellari fino a 300 mila euro per gli editori). Non sarà più possibile conoscere il “dietro le quinte” dei processi, non conosceremo per quali reati i nostri politici verranno accusati, lo sapremo dopo 2 anni circa. Un ritardo notevole che ha l’odore di “censura”. Non c’è più libertà, non c’è più democrazia, non c’è più il diritto ad essere informati e il dovere del giornalista di informarvi. Sono tutti pronti alla disobbedienza civile, tutti pronti a dire NO ad una legge che non sta nè in cielo nè in terra.

Rai Calderoli legge bavaglio

Interviene poi quel santone del Ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, che in un’intervista a “La Stampa” dichiara: “La Rai deve fare servizio pubblico e lo può fare con un canale. Invece di carrozzoni ne abbiamo tre. Se a Mediaset ogni rete risponde alle esigenze di una fascia di pubblico, alla Rai ciò non accade. Due canali andrebbero privatizzati”. Chi da anni si occupa di tv, dinnanzi a tali dichiarazioni non può che rimane allibito. Un servizio pubblico completo ha l’esigenza, se non l’obbligo, di avere più canali per garantire un servizio ad hoc. Un canale non basta. Calderoli non sa che, il target, la Rai ce l’ha eccome: Rai1 è indirizzata agli anziani e agli ultra 40enni, Rai2 ai giovani fino a 35 anni di età, mentre Rai3 è il canale a vocazione regionale, che ospita programmi di servizio come “Chi l’ha visto”. Corrispondono rispettivamente a Canale5, Italia1 e Rete4. Il Presidente della Rai, Paolo Garimberti, nel frattempo difende l’azienda: “E’ doveroso fare tutto il possibile per difendere la Rai, la sua autonomia e la sua natura d’impresa per consentirle di stare sul mercato in condizioni di parità coi suoi competitor”.

Che belle parole.. ma i fatti?

FABIO GIUFFRIDA

 
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