| COSMOPOLIS - L'ultima straordinaria fatica di Cronenberg |
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David Cronenberg firma, su invito del produttore, e suggerimento ispirato del figlio del produttore, Paulo Branco, questo spietato e straniante adattamento cinematografico del romanzo dell’osannato scrittore americano Don DeLillo. Come interprete principale nella parte di Eric Packer il regista canadese ha scelto, per ripiego al posto di Colin Farrell, impegnato nelle riprese del remake di Total Recall, quel Robert Pattinson, attore di culto tra teenagers pruriginose e famoso ai più per il suo ruolo nella saga Twilight. Sicuramente una scelta che fa pensare immediatamente al commerciale, e che lascia un po’ di amaro in bocca, per i più scettici (compresa la sottoscritta), per le “doti” di Pattison. Il film apre con un carrello che ci mostra una fila di bianche, identiche limousine con relativi piloti in divisa d’ordinanza per staccare poi su un annoiato Eric Packer in compagnia del suo capo della sicurezza Torval, Kevin Durand. .Già da questo momento il film ci introduce quello che sarà l’elemento focale, quasi protagonista, di tutto il film. Senza rovinare il gusto del film, non voglio soffermarmi troppo sulla trama; ma, semplicemente, dare qualche assaggio. La storia grava sul protagonista Eric Packer, un ricco erede a capo di un impero finanziario opprimente che lo ha portato ad isolarsi dal mondo reale. La figura di Torval, funge un po’ da coscienza, da doppia anima che tenta di dissuadere il miliardario da quello stile espansionistico, nel quale lui stesso si sta condannando, all’interno di una nevrotica New York cosmopolita. La lunga automobile è un’astronave futuristica atta a contenere il suo passeggero alienato e ne riflette interamente la personalità. Forse questo è il carattere del romanzo che stavolta ha affascinato di più Cronenberg, da sempre attento al rapporto uomo-macchina, oltre al potere del capitale marxiano, qui espresso come entità spettrale con una vita propria, decadente e dominante sui rapporti tra gli uomini, di qualsiasi ceto e classe sociale. La macchina ha i pavimenti di marmo ed è blindata e insonorizzata per proteggere Packer dal mondo esterno ma soprattutto per non subirne l’intrusione, per garantirgli l’isolamento massimo. È la sua estensione del corpo e della mente, riempita di strumenti tecnologici. Essa rappresenta anche il castello errante di Packer, con tanto di trono, dove il sovrano riceve la visita dei suoi amici vassalli. I personaggi entrano e spariscono a stacco, come pensieri fugaci che si archiviano nella memoria, ognuno col suo carico d’umanità. Nella teatrale immobilità in movimento della limousine, Packer subisce una trasformazione graduale che si accentua ogni volta che ne esce, come quando si trova ad un rave party dove un ragazzo come lui dovrebbe trovarsi nella mischia invece di assistere distaccato e depresso dalla balconata o come quando è sbeffeggiato e preso a torte in faccia da Andre Petrescu, Mathieu Amalric, come lo sono stati i suoi omologhi reali Bill Gates e Rupert Murdoch. Eric Packer è stanco e ha perso tutto: i soldi, la moglie, la fiducia nella visione personale del mondo. Oltre ai capelli, da un taglio al controllo sulla sua persona liquidando il capo della sicurezza, con una pistola dall’attivazione vocale al nome di Nancy Babich, e qui spunta la mania per le armi di Cronenberg in affinità col personaggio, maniaco, esperto e grande collezionista. Cosmopolis è un film rigoroso fitto di dialoghi serrati, che Cronenberg ha mantenuto uguali al libro per non perdere la forza di De Lillo nel descrivere il senso di catastrofe incombente che aleggia sul mondo occidentale per tutto il film-libro. La valenza flessibile, ambigua e polivalente intrinseca nel significato del titolo del film che riconduce al termine attualmente in uso “globalizzazione” è raffigurata da Cronenberg e DeLillo in una forma apocalittica, avversa contro un sistema economico tecnocratico, e nel film l’ostilità ha il suo apice nel duro attacco al Fondo Monetario Internazionale e nel mostrare protestanti suicidi in fiamme. Si assiste allo sgretolamento metaforico del concetto di stato nazione globale basato sul predominio dell’economia, lo stesso che ha contribuito ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, ha incrementato la violenza e l’intolleranza tra culture e popoli, ha soffocato l’amore e i rapporti umani annegandoli in un mare di tecnologie. Ci sono film già dimenticati all’uscita dal cinema; Cosmopolis non è sicuramente tra questi. Ancora in classica nei nostri botteghini. Un film che, comunque, va assaggiato, masticato e metabolizzato. Un film seducente, il quale senso sembra quasi sfuggire. Forse, perché, in ognuno di noi c’è un piccolo Eric Packer pronto ad esplodere.
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