| TO ROME WITH LOVE - Successo o insuccesso? |
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Dopo il premio Oscar e Golden Globe come miglior sceneggiatura per Midnight in Paris, Woody Allen è tornato con un nuovo “film cartolina” che si va ad unire alla saga londinese Match Point, Scoop e Sogni e Delitti, ed il frizzantino Vichy, Christina, Barcelona ambientato, da nome, in Spagna; ovviamente sto parlando del tanto discusso e critica To Rome with love. Sembrerebbe che il regista dal forte amore per Manhattan, si sia davvero appassionato a realizzare film che appaiono come una vera e propria cartolina delle più belle, e magiche, capitali europee. Usando, ovviamente per rendere maggiore l’effetto, attori nativi del set. Difficile poter scordare il combattuto e giovane irlandese Jonathan Rhys Meyer in Match Point o la coppia Cruz- Bardem in Vichy, Christina, Barcelona; ed anche per questo film, Allen, usa un cast con noti attori del nostro bel Paese: dall’amato comico fiorentino Roberto Benigni, tra i protagonisti di questa storia, a svariate apparizioni di volti celebri del cinema italiano, come Sergio Rubini, Isabella Ferrari, Antonio Albanese, Ornella Muti, Neri Marcorè, Massimo Ghini, ed anche volti più giovani e freschi come Riccardo Scamarcio ed Alessandra Mastronardi.
Rispetto a Midnight in Paris, il film si presenta decisamente meno “cartolina”. Probabilmente la trama di Midnight in Paris chiedeva assolutamente un’intensa panoramica sulla Parigi odierna e quella degli anni 20 e della Belle Epoquè. Una viaggio intimo ed interiore compiuto attraverso gli occhi di Owen Willson, alla volta di una crescita interiore ed intellettuale. To Rome with Love, sebbene faccia grossi tributi monumentali alla nostra splendida Italia, gioca molto meno la carta “cartolina”, focalizzandosi molto di più sulla figura stessa dell’italiano. La trama è decisamente differente rispetto a quella del suo successo precedente, si basa su quattro storie completamente diverse che non si incontrano mai se non attraverso un equilibrato montaggio. Quattro storie come tante, quotidiane e senza nulla di speciale. Frizzante e dinamica, questa commedia prende in giro le manie degli italiani cercando di utilizzarle quasi per celebrale la secolare simpatia e comicità degli italiani; del resto siamo comunque il famoso Paese “do sole e do mare”. Dobbiamo però dire che proprio questa sua sottile rielaborazione dell’italiano, ha “condannato” Allen sia dal pubblico che dalla critica. Gli italiani, quelli dalla critica più dura in Europa nei confronti del film, non hanno decisamente apprezzato questo taglio, e che nessuno me ne voglia, decisamente stereotipato che il regista ha deciso di adottare nei loro confronti. Ovviamente l’interpretazione più comune è quella “ per lo straniero non siamo altro che pizza, mafia e mandolino”; ma, non per difendere la scelta di Allen che io stessa non apprezzo e non condivido particolarmente, il senso di questo “taglio” in realtà, e lo afferma il regista stesso, è una critica non nei confronti dell’italiano stereotipato, ma bensì dello straniero che non riesce andare oltre lo stereotipo italiano. Ciò che lascia più delusi, sebbene si parla di trame diverse, è l’aver calcato troppo quei difetti, che portano a creare una figura standard dell’italiano tipo. Inutile dire che in ogni suo film Allen da una sua rappresentazione degli europei, basta semplicemente osservare la coinvolgente passionalità dello spagnolo Javier Bardem in Vicky, Christina, Barcelona, eppure in To Rome with love al regista viene rimproverato di aver forzato un po’ troppo la mano. Critiche a parte, To Rome with love, arrivato alla sua terza settimana, riesce a restare comunque all’interno dei dieci film più venduti ai botteghini italiani. Sebbene nella seconda settimana il successo degli Avengers abbia decisamente fatto calare di molto il film, nell’ultima è riuscito a risalire, e con 7,2 milioni di incassi non possiamo certo parlare di flop. Diciamo pure che questa volta il film cartolina risulta più una di quelle cartoline sonore, di quelle che emettono dei suoni, una cartolina da ridere. Il mio consiglio è quello di spendere questi 111 minuti per farsi un paio di risate, senza prenderla troppo sul personale; infondo, la figura stessa di Benigni ci insegna che gli italiani sono proprio i migliori ad auto canzonarsi, la figura dei permalosi non fa per noi. Gabriella Giliberti
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